White Flag
Dove ritornano (forse) i conflitti e cambiano le risposte
Drake è uno che ha sempre tenuto alla posa da duro se c’era da infierire nei confronti di presunti “nemici” o “avversari” musicali e anche adesso che questo tipo di esibizionismo potrebbe suonare meno credibile, non vuole rinunciare alla sua immagine. In Shabang, brano tratto da uno dei tre dischi pubblicati in contemporanea il 15 maggio, ICEMAN1, Drake mette in luce il suo stile smargiasso all’ennesima potenza. Nella canzone adotta un tono aggressivo, attacca (seppur tra le righe) l’acerrimo rivale Kendrick Lamar e A$AP Rocky per le rispettive ultime fatiche che evidentemente reputa niente di eccezionale, e poi dice una cosa appunto à la Drake:
Where is the GOAT? They need one
The mirror’s right here, I see one
In seguito è successo che gli addetti alla comunicazione su TikTok della Casa Bianca hanno pensato bene di pubblicare un post utilizzando Shabang, mentre in successione passano filmati di Donald Trump scelti con cura e rallentati ad arte, così da gonfiare l’aura del presidente in quanto, ehm, Greatest Of All Time.
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Quando mesi fa si vociferava con insistenza di questa uscita, ICEMAN, qualcuno aveva provato in effetti a far notare (via Andre Gee) che un titolo del genere, visto ciò che stava accadendo negli Stati Uniti, non sarebbe stato il massimo.
Su X la Casa Bianca e altri dipartimenti dell’amministrazione Trump (Energia, Agricoltura) hanno rilanciato contenuti a tema “Drake” nel giorno della pubblicazione degli album (la Casa Bianca anche su Instagram, giocando con la parola «ICE»). Ripensando a cosa il beef del 2024 con Lamar è arrivato a significare nel pieno della campagna elettorale in molti substrati, alcuni slegati dall’universo hip hop, queste mosse oggi potrebbero apparire come una dichiarazione di schieramento, a conferma dell’ulteriore tassello di polarizzazione che quella situazione era riuscita a determinare.
Per quanto esagerata possa essere ritenuta l’associazione di un disco rap con le politiche migratorie negli Stati Uniti e le azioni degli agenti dell’ICE nelle città americane – non c’è alcunché di espressamente dichiarato a mettere in relazione le due circostanze: ICEMAN, anzi, è un rigurgito della faida con Kendrick Lamar, il tentativo, per Drake, di mostrarsi freddo e distaccato rispetto al reciproco scambio di colpi di due anni fa2 – di fatto l’amministrazione Trump, osserva il già citato giornalista Andre Gee, ha utilizzato «l’album dell’artista di Toronto come una miniera d’oro per i contenuti digitali». A cercare il pelo nell’uovo, è una questione di opportunità e di tempismo. Un’operazione di marketing lunga quasi un anno che non si è voluto arrestare, magari persino correndo il rischio di essere equivocati, ma che arriva a suo modo in un momento davvero particolare – nel senso: questo più di altri – della vita politica negli Stati Uniti.
La musica nera è stata la colonna sonora delle battaglie per i diritti civili di milioni di persone. Per ovvie ragioni quel rapporto è oggi più frammentato, meno riconoscibile, anche se ogni tanto compare un nuovo scontro su rappresentanza o giustizia sociale. Lo abbiamo constatato nel 2020 e ancora, per restare in argomento, negli scorsi mesi con le operazioni dell’ICE (intanto non sono stati giorni facili a Newark). Potremmo rivederlo a breve, con le elezioni di metà mandato che si avvicinano e la stagione di primarie appena cominciata. Chissà.
Ciao! Qui Mookie, una newsletter di Fabio Germani che racconta pezzi sparsi di America attraverso il rap e la musica nera. Per contribuire al progetto, basta poco: un cuore, una condivisione, il passaparola, un caffè. Ogni vostro piccolo gesto può fare la differenza: grazie!
Poco prima che Vince Staples cominci a verniciarla di bianco, nascosta dietro alla bandiera statunitense si nota la figura di un tizio incappucciato, che ha tutta l’aria di essere un tipico membro del Ku Klux Klan. Quello che il rapper vuole farci vedere è il volto autentico di una nazione che prova a celare, a fatica, la propria natura. E il bianco, che è il colore della resa (ma volendo anche dell’innocenza), rappresenta lo sforzo maldestro di esporre una facciata immacolata e pacificata, ma artificiosa nella realtà: gli spari che Staples in chiusura di video scarica sulla bandiera ormai ricoperta di vernice possono essere interpretati come l’affermazione dell’inevitabilità della violenza in America, o qualcosa di simile.
Hard to mourn from in the casket
Stars are born, I’m n****lactic
When the pigs see a young Black man in traffic
Why they treat me like I’m in a UFO?
Cuff me in the backseat, so I can’t phone home
How does it feel to be all alone? Quite familiar– Vince Staples, White Flag, 2026
Nella settimana di Juneteenth si terranno delle iniziative, da Selma ad Harlem, passando per Atlanta, nell’ambito del Freedom Summer 2026, una piattaforma che ricalca in molti suoi aspetti la famosa campagna del 1964, alla vigilia del Voting Rights Act. C’è poco di casuale.
Con la sentenza Louisiana v. Callais del 29 aprile, la Corte Suprema ha depotenziato alcuni passaggi fondamentali della Sezione 2 del Voting Rights Act, rendendo più difficile, se non impossibile, dimostrare pratiche di discriminazione razziale nel disegno delle mappe elettorali. In Louisiana, come in Alabama e in South Carolina, si è subito provveduto a modificare i collegi e gli stop temporanei sopraggiunti qua e là per cavilli, o altro, non impediranno a chi ha interessi faziosi di riprovarci in futuro.
L’epoca del Movimento per i diritti civili fu caratterizzata dalle freedom songs, spesso con le chiese come spazio di aggregazione per le comunità nere. A queste si associarono il jazz di protesta e “il sound della giovane America”, teorizzato da Berry Gordy nella Motown, che a poco a poco iniziò a sperimentare nuovi registri, sollecitato dal clima politico di allora.
La generazione da Give Us The Ballot a The Ballot Or The Bullet ottenne il diritto di voto, poi dovette però continuare a fare i conti con i sotterfugi, in particolare negli Stati del Sud, per limitare l’accesso delle minoranze al processo elettorale. Alcuni di questi trucchi amministrativi sono avvenuti sotto i nostri occhi anche di recente, dalle procedure arbitrarie di soppressione del voto alle complesse regole per iscriversi alle liste, orientate a penalizzare soprattutto le persone ai margini. In aggiunta sopraffazione, brutalità della polizia, disparità sociali e una sequenza mai interrotta di eventi dello stesso tenore.
Fuck a debate, they got ICE in the crib
Sent my baby to school with a shiv and a bib
Sending troops in the streets, they bring war where you is (I ain’t with it)
When your IP everywhere, how you gon’ live?
– JPEGMAFIA, The 1st Amendment, 2026
Tutto questo spiega in definitiva la proliferazione di enti, attivisti e appelli al voto. Anche l’hip hop ha fatto la sua parte, con organizzazioni quali Hip Hop Caucus o Rock The Vote3. In 15 anni si è passati dall’esortazione di Mike Jones in 5 Years From Now del 2005 («My advice is please vote, don’t take it as a joke») all’accurata analisi di YelloPain in My Vote Don’t Count del 2020 dove, a dispetto del titolo, descrive le funzioni dei poteri dello Stato e l’importanza del Congresso nella stesura e nell’approvazione delle leggi, invitando infine gli ascoltatori a prestare attenzione a ogni elezione e non solo a quanti nutrono l’ambizione di risiedere alla Casa Bianca4.
Con l’attuale amministrazione gli Stati Uniti stanno per celebrare i loro primi 250 anni, da un lato affermando che la storia afroamericana non è distinta dalla storia americana; dall’altro ridimensionando tutti quegli accorgimenti che dalla presidenza di Lyndon B. Johnson in avanti si sono resi necessari per allontanare le storture del razzismo, con l’appiglio di un ribaltamento dei valori.
Inutile ripetere che il contesto è mutato in diversi segmenti, che la visuale delle “due Americhe” nel frattempo è divenuta miope perché la società statunitense è tanto più stratificata, ma è altrettanto superfluo sottolineare che qualsiasi espediente sia mai stato elaborato, compreso il Voting Rights Act del 1965 (che oltretutto contribuì ad aumentare il numero di funzionari neri eletti a livello locale, statale e federale), è il risultato delle ingiustizie e delle alterazioni al sistema democratico che una consistente porzione di Stati Uniti ha collaudato a lungo a proprio vantaggio.
Tuttavia, non sempre le cose hanno funzionato nel modo corretto al di là della barricata, motivo per cui sembra emergere con decisione l’esigenza di svecchiare i programmi per la gestione dei problemi. Lo scrivono Jake Grumbach e Perry Bacon su The New Republic. «Quest’epoca – affermano gli autori dell’articolo – richiede un nuovo quadro di riferimento per la politica afroamericana: nuove strategie, tattiche, leader e obiettivi. E dobbiamo essere onesti: anche prima di Callais, i modelli esistenti di politica afroamericana stavano diventando obsoleti».
Proviamo così a riassumere. Innanzitutto servono nuovi criteri di selezione delle leadership, con obiettivi chiari e tangibili, non per forza definiti dal colore della pelle. Grumbach e Bacon portano l’esempio di Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (e grande fan di The Notorious B.I.G.), che parla a nome dei Democratici in generale, quando gli elettori neri dovrebbero invece riconsiderare il rapporto con il partito, che dà troppo per scontati i loro comportamenti di voto. Al contrario negli ultimi anni, rilevano, «molti Democratici centristi hanno allontanato le loro politiche dalle priorità della comunità nera con il pretesto di opporsi al wokeness». Nella medesima linea di pensiero, Zohran Mamdani viene dunque indicato come un sindaco che di certo si rivelerà migliore «per il newyorkese nero medio» di quanto lo sia stato Eric Adams.
Secondo Grumbach e Bacon serve, inoltre, una maggiore premura rivolta al mondo del lavoro (che si collega a temi come l’assistenza sanitaria, i servizi per l’infanzia e la sicurezza pensionistica), «perché oggi gli afroamericani non sono tanto esclusi dal sogno americano, quanto incapaci di permetterselo».
I wish I could change how my n***** like to live
The problem is the change ain’t enough to pay the bills– IDK feat. Pusha T, LiFE 4 A LiFE, 2026
Il ragionamento complessivo comprende perciò il Voting Rights Act – o quel che rimane dell’impianto – poiché, concludono, «il senso del diritto di voto non è solo quello di avere leader che ti somigliano», ma anche «di avere leader che lottano per te».
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Ci leggiamo tra tre venerdì, o un pochino dopo. A presto!
Gli altri due, pubblicati a sorpresa, sono MAID OF HONOUR e HABIBTI.
Giusto ricordare certe uscite di Drake su Trump, per esempio nel 2017.
C’è stata anche, tra le altre, la campagna di Diddy: Vote or Die.
Del brano esiste pure una versione remix, My Vote Will Count, a cui ha fatto seguito un documentario nel 2023.



