You got a podcast ‘cause you can’t rap*
E inoltre: i soliti consigli (non richiesti) per l’estate
Gli ultimi in ordine di tempo, all’incirca, sono stati Fat Joe e Jadakiss. Ma la lista dei rapper (o ex rapper) che si sono dati al podcasting è davvero lunghissima. Ci sono stati Talib Kweli, Questlove (che non è rapper, ma è una delle menti del gruppo di Philadelphia The Roots e tra i più esperti conoscitori di musica in circolazione) o T.I., per contenuti di spessore anche culturale e politico. C’è poi il seguitissimo Drink Champs di N.O.R.E. e DJ EFN – caratterizzato dalle interviste a uno o più ospiti –, o il più recente It Is What It Is di Ma$e e Cam’ron, dove però i due “veterani” dell’hip hop trattano soprattutto di argomenti relativi allo sport. Menzione speciale per lo show di Joe Budden e soci, ovvio. Ci sono i podcast di noti giornalisti di settore. Oppure le storiche trasmissioni radiofoniche, tipo The Breakfast Club, strutturate per assomigliare ai “nuovi” format ed essere agevolmente fruibili in un secondo momento, on demand.
God rapper (right), podcaster (right)
Dominate the boards, talkin’ all factors (check)
Orchestrate the play like I’m Rob Glasper
You late to the party, I was on that first– Smoke DZA, 10/10, 2025
Infine c’è una schiera di streamer, in molti casi anche giovanissimi, che sguazzano nell’universo dell’hip hop. Commentano qualsiasi cosa e sono in grado di starci ore sullo stesso tema; conducono interviste; parlano di politica e di attualità. Tra i più conosciuti citiamo DJ Akademics – lo scorso anno osservatore privilegiato (non senza polemiche) del beef tra Kendrick Lamar e Drake –, Kai Cenat, PlaqueBoyMax e Adin Ross. Tutti seguitissimi, tutti (o quasi) controversi a loro modo, ognuno con le sue peculiarità. Sheldon Pearce li ha definiti sul sito della NPR non giornalisti, appunto, ma «intermediari dell’hip hop».
Di solito la puntata che chiude la stagione di Mookie è un elenco di consigli per l’estate, e non dico che non sarà così pure stavolta. È successo, però, che l’uscita del nuovo disco dei Clipse abbia innescato una serie di riflessioni sul ruolo dei media oggi, visto che proprio il duo di fratelli della Virginia è apparso in ogni angolo di internet nelle ultime settimane. Si tratta di uno spaccato interessante su come noi, in quanto società, ci informiamo e accediamo alle notizie, con riflessi – inevitabili – nella cultura hip hop.
Ma come di consueto prima della pausa estiva, sigla!
Ciao! Qui Mookie, una newsletter di Fabio Germani che racconta pezzi sparsi di America attraverso il rap e la musica nera. Per contribuire al progetto, basta poco: un like, una condivisione, il passaparola, un caffè. Ogni vostro piccolo gesto può fare la differenza: grazie!
Durante la campagna elettorale del 2024, si è discusso a lungo della partecipazione di Donald Trump al podcast più famoso degli Stati Uniti, quello di Joe Rogan. Trump è stato particolarmente abile – più dei democratici – a sfruttare queste piattaforme, intercettando un pubblico tanto più stratificato, come quando ha risposto presente all’invito di Adin Ross. Prima del suo ritiro e della conseguente investitura di Kamala Harris a candidata dem, l’ex presidente Joe Biden era stato intervistato da Speedy Morman per Complex. I due parlarono, tra le altre cose, dei rapper a favore di Trump e Biden era apparso scettico riguardo la presunta devozione degli artisti hip hop per il rivale repubblicano, ricordando inoltre di essere cresciuto in un contesto di segregazione razziale e di essere poi entrato al Congresso grazie al sostegno della comunità nera. Quattro anni prima, era stato protagonista di un inciampo dialettico con Charlamagne Tha God, il famigerato «se hai problemi a decidere per chi votare, allora non sei nero».
Bisogna ammettere che la visione di Biden illustrava una vicenda legata in larghissima parte ai dogmatismi del passato, sempre meno validi nel mondo di oggi. Come ha scritto Perry Bacon Jr. sul Washington Post, «sebbene non ci sia mai stata una comunità nera monolitica, questo è ora più vero». L’analisi si basa sui comportamenti di voto grosso modo presumibili – perché, osserva, non disponiamo di dati a sufficienza per trarre conclusioni dettagliate – dei giovani elettori neri, descrittivi di una distanza generazionale dall’establishment democratico e nello specifico dagli esponenti più centristi del partito. Questo spiegherebbe il dirottamento di alcuni verso i candidati di rottura e più radicali, come Zohran Mamdani alle primarie di New York. E di altri verso la galassia MAGA.
Le conquiste sociali degli anni ‘60 appartengono a una memoria storica che coinvolge le persone più adulte, mentre il pubblico giovane è alla ricerca di una dimensione rinnovata nello spirito e nella pratica quotidiana, anche per via – banalmente – degli sviluppi demografici e urbani. In questo senso Perry Bacon Jr. non trascura le differenze di vedute tra le due porzioni su specifici temi, dalla possibilità di ridurre i finanziamenti destinati alla polizia, fino ai giudizi sull’operato dell’ICE, passando per le opinioni sulla partecipazione di atleti e atlete transgender nelle competizioni sportive. Sono dinamiche che impongono un aggiornamento delle strategie politiche. Per dirla ancora con l’editorialista del Washington Post, «fare appello a pochi pastori e leader neri tra i 60 e i 70 anni è sempre stato un approccio pigro», che a maggior ragione adesso non funziona più.
Ed è qui, allora, che entra in gioco l’ecosistema mediatico. Se l’ascolto dei podcast è un fenomeno ampio, di portata mondiale, lasciando da parte le considerazioni – seppur sacrosante – sulla cosiddetta economia dell’attenzione, la concentrazione di una platea giovane e multiculturale sulle piattaforme incentrate sull’hip hop rivela un pezzo di cambiamento fondamentale. Non perché l’hip hop, di per sé, sia una cultura per soli giovani, tutt’altro (ci arriviamo tra poco), ma perché questi canali riescono a raggiungere segmenti culturali e politici chiave, spesso sottorappresentati dai media tradizionali.
He on Drink Champs talkin’ with a shot glass
It be like that
I’m a soldier
When I die, say I did it for the culture [...]You got a podcast ‘cause you can’t rap
– Childish Gambino, Survive, 2024
Non che manchino le criticità. La podcast era, nella stessa misura della blog era, ha prodotto anche iniziative di cattivo gusto (eufemismo), legate perlopiù alla manosfera o a robaccia del genere. Ma nel complesso, al di là delle immancabili storture, i podcast hip hop hanno saputo ravvivare il dibattito, tanto sulla musica quanto sui suoi risvolti sociali. E nonostante molti abbiano avuto qua e là da ridire, come Childish Gambino sembra suggerire, è un mezzo con cui bisogna fare i conti, almeno fino all’avvento della next thing. Da queste parti ci eravamo posti l’interrogativo sull’impatto dei podcast già un paio di anni fa, in vista delle presidenziali 2024.
Di fatto, seguendo i trend di altre piattaforme e i contenuti diffusi via social, siamo al cospetto di professionalità inedite (vero, per carità: anche di tanta improvvisazione), che oscillano tra informazione e intrattenimento, ma con schemi e tempi che esulano dalle vecchie logiche radiofoniche e televisive. Questo non significa che il giornalismo musicale, duro e puro, che proprio nell’hip hop trovò linfa vitale a partire dagli ‘80, sia agli sgoccioli. Si è visto con la promozione capillare dei Clipse per Let God Sort Em Out, il loro nuovo album in oltre 15 anni. Negli ultimi giorni Pusha T e Malice sono apparsi ovunque: interviste concesse a magazine, giornali, radio, podcast (compresi molti di quelli che abbiamo nominato all’inizio, qui e qui; altri qui e qui) e comparse in programmi tv. Un “rollout” abbastanza old school, come non si vedeva ormai da un po’, infarcito però delle opportunità più fresche e degli strumenti più innovativi.
Nelle conversazioni con Elliott Wilson e con Complex, tra le varie, i due hanno riconosciuto l’importanza che il giornalismo hip hop ha avuto nella loro carriera; del valore, indispensabile, del racconto delle storie dietro una strofa, un brano, o un intero album.
L’hip hop ha una tradizione di spazio politico e mezzo di protesta che ora il segmento dei podcast ha esteso a un uditorio eterogeneo, più coinvolto e demograficamente rilevante, talvolta abbattendo i divari generazionali. Non c’è un giusto o sbagliato: scrittori e scrittrici formidabili hanno contribuito nei decenni alla crescita della cultura, illustrandone i tratti salienti e la sua evoluzione. Quello delle personalità su TikTok, Twitch o YouTube – e dei podcaster in generale – è un modello che premia soprattutto il carisma degli host, anziché le tipiche espressioni del giornalismo. È un rischio? Sì, può esserlo. Ma intanto c’è che si è allargata l’arena del confronto pubblico, con molti meno filtri alla base. E quanto è hip hop tutto questo?
📖 I soliti consigli (non richiesti) per l’estate
A proposito di podcast: la 13esima stagione di Dissect, prodotto originale Spotify di Cole Cuchna, mi ha esaltato. Si parla di Mr. Morale & The Big Steppers, disco di Kendrick Lamar del 2022. Fu il suo personalissimo preambolo – anche se all’epoca non potevamo saperlo, almeno non così in profondità – a tutte le cose osservate successivamente.
Libri: non ho consigli particolari, nel senso che quest’anno ho letto a caso, senza seguire le date delle pubblicazioni, hype o altro. Ne ho approfittato per riscoprire classici di Toni Morrison, James Baldwin e una perla “nascosta” di Gwendolyn Brooks.
Segnalare nuova musica è spesso un problema, perché l’elenco potrebbe risultare chilometrico e dispersivo. Compio un’eccezione per due dischi jazz, così mi ricollego all’episodio speciale di Mookie della volta scorsa con Fabio Negri di Speakeasy: Ambrose Akinmusire con honey from a winter stone (impegnativo, ma necessario) e Jaleel Shaw con Painter Of The Invisible, uscito la settimana scorsa. Shaw affronta l’annosa questione dell’invisibilità, concetto che torna ciclicamente nella narrazione dell’esperienza nera. Il disco alterna pezzi intimi ad altri a evidente sfondo politico e culturale. Di album hip hop parliamo invece più avanti.
Non so se sia corretto definire “podcast” i contributi audio a cui, timidamente, ho iniziato a lavorare. Ad ogni modo, sono stato ospite, con grandissimo piacere, di Elisa Corsi di AmericanA (da seguire, per forza, anche su Substack). Nell’ambito della sua esplorazione della New York degli anni ‘70, abbiamo per l’occasione ripercorso insieme le origini dell’hip hop.
Bonus. Nel 2025 si sentiva il bisogno dell’ennesima docuserie sull’hip hop? Assolutamente sì! Uscirà il 22 luglio, su Paramount+, Hip Hop Was Born Here. LL Cool J tra i promotori.
🔉I Clipse, Open Mike Eagle e noi: appunti vocali #1
Il mio primo ascolto di Let God Sort Em Out dei Clipse è avvenuto durante una breve pausa al mare. Lo stesso giorno, l’11 luglio, è uscito anche Neighborhood Gods Unlimited di Open Mike Eagle. Due album molto diversi, ma capaci entrambi di spingermi a una riflessione, forse banale, ma imprescindibile in questa fase: conta l’età nell’hip hop?
Per quello che vale: Pitchfork ha dato 8.5 a Open Mike Eagle e un tiepido 6.5 ai Clipse. In compenso Anthony Fantano ha assegnato loro un 10.
🔎 Altre cose interessanti
Ancora Clipse: imperdibile il Tiny Desk Concert ospitato da NPR.
Il 79% degli intervistati afferma che l’immigrazione è un fattore positivo per gli Stati Uniti, secondo l’ultima rilevazione Gallup in materia.
Grazie per aver letto fino in fondo. Si chiude così un’altra stagione di Mookie. Ci fermeremo per un po’, ma non escludo qualche aggiornamento, di tanto in tanto, su Instagram (il 2 agosto ci aspetta Kendrick Lamar a Roma, per esempio). Ricordo, soprattutto alle nuove arrivate e ai nuovi arrivati (grazie per la fiducia), che è sempre possibile consultare l’archivio, con tutte le puntate precedenti. Questo è un lavoro gratificante, ma anche dispendioso.
La playlist della newsletter è pronta: non resta che premere il tasto play. Domande? Suggerimenti? Potete rispondere alla mail, scrivermi su Instagram, su Threads o su Notes. Se Mookie vi piace, mandate il link ad amici e parenti! La foto di copertina nella versione web della newsletter è di Jonathan Velasquez su Unsplash.
Torneremo a leggerci a settembre, allora. Buona estate!


