My people want no favors
Faccende private, questioni politiche
Se il 2016 non fosse trascorso via ormai un’era giurassica fa, oggi qualcuno avrebbe definito Escape Room di Teyana Taylor (uscito il 22 agosto) il seguito ideale di Lemonade di Beyoncé. Non per il ricorso in entrambi gli album del visual – troppo facile sennò –, bensì per l’esplorazione interiore che di solito anticipa un obiettivo più grande. Quelle di Beyoncé e Taylor, racchiuse nei rispettivi lavori, sono storie di donne che acquisiscono nuova consapevolezza dopo il superamento di un dolore per loro opprimente.
Riprendendo un vecchio motto, spesso il personale è anche politico. All’epoca alcuni intellettuali – in particolare Jeff Chang – analizzarono l’opera di Beyoncé con la lente della più stretta attualità: erano gli anni delle proteste di Black Lives Matter, movimento nato nel 2013 a seguito dell’assoluzione dell’uomo che sparò a Trayvon Martin, uccidendolo.
La disamina di Chang si concentrava molto sulla “giustizia trasformativa” che sembra permeare Lemonade. Nell’album Beyoncé parla di infedeltà, rabbia e depressione, per raggiungere note di redenzione e compassione verso chi ha inflitto le sofferenze. Il disco era pieno zeppo di contenuti politici in grado di innalzare l’estetica della protesta; dire lo stesso di Escape Room di Teyana Taylor sarebbe perlomeno infondato. Ma la grazia, la riappropriazione della libertà smarrita e l’esibita emancipazione del corpo – aggiungiamoci il percorso che ha riavvicinato Taylor alla musica –, sono elementi che rendono il personale ancora una volta politico. Non un manifesto programmatico, ci mancherebbe, ma un’affermazione audace che in senso metaforico riflette il coraggio e la perseveranza di una comunità a lungo segnata da un retaggio di cadute rovinose. Il ruolo delle tante attrici che nel disco si susseguono in una narrazione crescente di riscatto e sorellanza – da Taraji P. Henson a Kerry Washington, passando per Issa Rae, Jodie Turner-Smith, Niecy Nash, Regina King, Sarah Paulson e La La Anthony – contribuisce ad amplificarne il messaggio.
Il piano era tornare la scorsa settimana. Se dicessi che il ritardo è dipeso esclusivamente dai miei impegni quotidiani, mentirei. L’omicidio di Charlie Kirk mi ha spinto a una serie di riflessioni: sugli Stati Uniti – paese in cui peraltro la violenza politica è endemica – e dove stanno andando; su questa newsletter e dove potrebbe (o dovrebbe) andare. Ho la sensazione che alcune delle sovrastrutture che l’avevano alimentata all’inizio, nel 2020, siano ora superate dagli eventi. Alla luce dei recenti sviluppi, ha ancora senso parlare di “due Americhe” in una dimensione *solo* razziale? È un interrogativo che ci eravamo posti l’indomani dell’elezione di Trump. Siamo forse al cospetto di una società post-razziale, anche se non si mostra per come l’aspettavamo? Non ho risposte certe, ma è da queste domande che ripartiremo.
Ciao! Qui Mookie, una newsletter di Fabio Germani che racconta pezzi sparsi di America attraverso il rap e la musica nera. Per contribuire al progetto, basta poco: un like, una condivisione, il passaparola, un caffè. Ogni vostro piccolo gesto può fare la differenza: grazie!
The stamp on the dope was Ronald Reagan with fronts
My man ran over his legs, all we heard was the crunch
Chase Bank, nobody move, just finish your lunch
Damn, I got brain matter all over my Dunks
Fake Democrats, boondaggers blowin’ at Trump
I put weight on so many bodies, you could call me a Klump– Ghostface Killah, Iron Man, 2025
Reparations
Beyoncé e Teyana Taylor non rappresentano alcuna novità, in termini assoluti. Già altre artiste come Roberta Flack e Angie Stone – per citare due nomi fondamentali che il 2025 ci ha portato via – hanno saputo mettere insieme in intervalli diversi perdita e privazione, purificazione e rinascita, sensualità e persuasione. Per molte di queste voci in passato è stato difficilissimo emergere: il perché è noto. Ma se è pacifico ritenere sorpassato qualsiasi dibattito in materia, le vicende individuali restano comunque il risultato di un contesto – fisico, sociale e geografico – che descrive minuziosamente le difficoltà e le sofferenze delle persone in un quadro più ampio.
Nel brano che dà il titolo al suo nuovo album, Miss Black America, KIRBY si lascia introdurre addirittura da Fannie Lou Hamer:
Mississippi is not actually Mississippi’s problem
Mississippi is America’s problem
Poi canta in REPARATIONS:
My people want no favors
They ain’t asking for no handouts from my neighbors
Don’t need no conversation
Just proper compensation for our labors
Intervistata da Oxford American, KIRBY non sostiene che le siano dovuti risarcimenti di qualche tipo, ma quando ripensa a sua nonna – per tutta la vita desiderosa della casa che non è riuscita a costruire – si interroga sulle alternative negate. «Non credo – osserva – che questo sia un progetto che punta il dito contro qualcuno e dice: “Guardate cosa avete fatto”. Ma la verità è la verità» e pur rimanendo il Mississippi «un posto meraviglioso, mi rendo conto di quanto sia stato ingiusto», anche se «non direttamente con me».
È un passaggio rivelatore dei mondi paralleli che animano l’attuale politica statunitense, con la verità relegata a convinzioni di parte. KIRBY non rivolge accuse, non avanza pretese e non nutre l’ambizione di elevare il Mississippi a una questione di portata nazionale, ma l’eredità familiare e l’ambiente in cui è maturata sono la prova di come in questa fase sgangherata la memoria storica, da patrimonio collettivo, sia stata ridotta a “opinione faziosa”.
Perciò si contrastano le misure DEI a livello federale e le aziende si adeguano di conseguenza alle direttive, mandando in frantumi gli impegni presi in precedenza e svelando l’ipocrisia di un modello inclusivo che lo era soprattutto per convenienza; ricordare i danni provocati dalla schiavitù e dalle successive leggi Jim Crow è talmente uncool e per niente patriottico che un po’ di revisionismo è bene applicarlo, nelle scuole e nei musei; la cancel culture, in fondo, non è tanto male se riguarda gli altri; la militarizzazione delle città è una stretta necessaria e per dimostrarlo si danno i numeri come in una sala bingo.
Tiffany feinin’ a blue box
401K in a shoebox
Her favorite rapper named 2Pac
Love 2Pac ‘cause he shot two cops
I got a 9 millimeter called Thug Life
I got a new chain, it say: “FUCK ICE”– Chance The Rapper feat. BabyChiefDoit, Drapetomania, 2025
My Life Matters
C’è un disco jazz del batterista e compositore Johnathan Blake, uscito il 19 settembre per Blue Note, che trae spunto dagli avvenimenti, anche tragici, dell’ultimo decennio (all’incirca). Si intitola My Life Matters e me lo ha consigliato Fabio Negri di Speakeasy, nei giorni in cui preparavo la newsletter. L’album fissa alcuni momenti legati alla sfera intima dell’autore, proiettandosi infine sulle ingiustizie sociali. Il brano Last Breath è un omaggio a Eric Garner. Mi ha ricordato un altro disco jazz, che avevo già inserito nella lista dei soliti consigli non richiesti per l’estate: Painter Of The Invisible di Jaleel Shaw, fatica altrettanto connessa all’esperienza nera, sia sul piano personale (Distant Images, Gina’s Ascent) sia sul piano culturale e politico (Baldwin’s Blues, Tamir, The Invisible Man).
Se le formule massimaliste non aiutano più a vincere le elezioni, di sicuro non si può delegare l’arte per tutto. Oltretutto in un momento di incertezza anche su questo lato della barricata, senza contare il rischio di marginalità per ragioni “di algoritmo”. Serve allora un compromesso: nonostante sia adesso una tattica di moda, apparire disinteressati, evitare specifici temi – al contrario spremuti quando era comodo farlo – non può essere la soluzione.
Police pull up around two o’ clock
And they shining that white light inside my crib
What they doing?
I told my brother “Don’t start no confusion”
It’s a crooked institution
They won’t say “How you doing, Black man?”
How do you stand?
With all of that trauma inside of your head?
How they do it Black man?
How do they stand?
With all of that trauma and blood on they hands?– KIRBY, Under Pressure, 2025
🔍 Altre cose interessanti
È morta Assata Shakur, ha scritto per primo il giornalista Phil Lewis.
C’è una spiegazione all’ingente perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti registrata nei mesi scorsi tra le donne nere.
Alcuni giorni fa ha suscitato un minimo di stupore (ma parecchi mugugni online) la vicinanza di Beyoncé e JAY-Z a Ivanka Trump e Jared Kushner al gala di REFORM Alliance, organizzazione no profit per la riforma della libertà vigilata, fondata nel 2019 dallo stesso JAY-Z e altri personaggi, in seguito al caso giudiziario di Meek Mill (anche lui tra i co-fondatori).
Sempre JAY-Z: il progetto del casinò a Times Square sostenuto da Roc Nation, un piano da 5,4 miliardi di dollari, è stato bloccato da un comitato consultivo incaricato dallo Stato di New York. Le polemiche che si sono manifestate subito appresso alla decisione, hanno riguardato anche possibili dispute di natura razziale.
Il video musicale di Save Me di DaBaby, in cui interpreta una persona che salva la vita a una donna in un vagone della metropolitana prima di essere aggredita (evidente rilettura dell’omicidio di Iryna Zarutska, a Charlotte), non è piaciuto a tutti.
Se le vicende di Stephen Colbert e Jimmy Kimmel (quest’ultima più o meno rientrata) sono state giudicate comprensibilmente gravi da una consistente porzione di opinione pubblica, quella che ha coinvolto la scrittrice ed editorialista Karen Attiah al Washington Post non sembra essere da meno.
🖋️ Cose scritte altrove
Nel mese di agosto, tra il concerto di Kendrick Lamar a Roma e il decennale di Compton di Dr. Dre, su Instagram ho dedicato ampio spazio alla città della California, considerata da sempre – forse esagerando un pochino al riguardo – la capitale mondiale del gangsta rap. E siccome a inizio 2025 si sono celebrati i 20 anni di The Documentary di The Game, altro peso massimo di Compton, ho voluto parlare di tutto questo su Humans vs Robots.
Grazie per essere arrivati fino in fondo e grazie di cuore per la fiducia a chi ha scelto di iscriversi a Mookie durante l’estate.
Nuova stagione ma vecchie, care abitudini: la playlist ufficiale della newsletter è pronta, non resta che premere il tasto play. Domande? Suggerimenti? Potete rispondere alla mail, scrivermi su Instagram, su Threads o su Notes. Se Mookie vi piace, mandate il link ad amici e parenti! La foto di copertina nella versione web della newsletter è di Justin Wilkens su Unsplash.
Ci leggiamo tra tre venerdì, a presto!





Credo Fabio che sia difficile identificare 2 Usa solo sul piano razziale.
Da quello che vedo e leggo mi pare di poter dire, in tutta modestia, che esistono due paesi distanti, incomunicabilità ed incompatibili, che si odiano a vicenda e che pensano che l'altro sia il nemico.
Uno solo di questi, però, vuole il completo annientamento dell'altro.
E visto che occupa tutte le stanze del potere, ci sta efficacemente riuscendo.