Hip-Hop is inverse capitalism
Una breve riflessione, l’ennesima, sull'hip hop (nell’America di oggi)
Cash rules everything around me
– Wu-Tang Clan, C.R.E.A.M., 1993
Shots pop in the hills of Caracas
N****** shoot for the top, I always had poor posture– Armand Hammer & The Alchemist, Aubergine, 2021
Cosa è l’hip hop? La domanda è sorpassata dagli eventi e persino chi è rimasto digiuno a lungo oggi è in grado, almeno in teoria, di buttare giù un’interpretazione convincente del fenomeno, anche fosse la più scarna possibile. L’hip hop è ovunque. È una cultura che ora risente anche dei conflitti generazionali – del resto è nella natura umana –, che ha vissuto (e vive) i suoi alti e bassi, ma che sembra in grado di offrire ancora molto.
Però è un movimento usurato, allo stesso tempo, dalle definizioni stanche e ritrite. Che sta cambiando grammatica, ammesso che non sia già avvenuto. Che non è tutto fight the power e che mai è stato solo fight the power. L’hip hop è cresciuto e ha travalicato i suoi confini storici, ma rimane un prodotto innanzitutto statunitense – dannatamente statunitense. Di nostro gradimento oppure no, con questo aspetto dovremo fare i conti in eterno.
La domanda andrebbe dunque riformulata. Cosa è l’hip hop nell’America di oggi? È curioso che la soluzione al dilemma, certo non definitiva, potrebbe arrivare invece dal passato.
Immagino che la cronaca non sia necessaria. Quello che è successo nelle ultime settimane, a Minneapolis e fuori dagli Stati Uniti, è noto. Siamo di nuovo al punto – a dire il vero una costante da anni – di doverci interrogare sull’opportunità di modificare il registro quando si analizzano le vicende d’oltreoceano. Il più delle volte si tratta di un processo inevitabile; altre è per il bisogno di prendere le distanze da ciò che percepiamo distante da noi, anche se il pericolo più grande che corriamo a ogni tentativo è quello di ridurre al minimo questioni che elementari non lo sono manco un po’. All’incirca allo stesso modo, da qualche tempo, si assiste a un dibattito che forse appassiona pochi ostinati, ma comunque di rilievo: il silenzio talvolta “assordante” dell’hip hop sui grandi avvenimenti internazionali – come la tragedia umanitaria nella Striscia di Gaza – o sui casini domestici, come appunto le spaventose operazioni dell’ICE in molte città americane.
Generalizzare è sempre un errore (e beninteso: è un errore che magari si è commesso anche in questa umile newsletter), intanto perché non è vero che *nessuno* ha espresso critiche o posizioni dure in questi frangenti. E in secondo luogo perché abbiamo interiorizzato concetti, idee, convinzioni, che tradiscono una più coerente visione d’insieme. Già nella prima metà dei ‘90, in piena “golden age” dell’hip hop, Greg Tate ci aveva messi in guardia.
Ciao! Qui Mookie, una newsletter di Fabio Germani che racconta pezzi sparsi di America attraverso il rap e la musica nera. Per contribuire al progetto, basta poco: un like, una condivisione, il passaparola, un caffè. Ogni vostro piccolo gesto può fare la differenza: grazie!
Nell’estate 2024, la notizia di Chuck D dei Public Enemy “arruolato” dal governo di Washington, in una partnership con YouTube, quale ambasciatore della musica per conto degli Stati Uniti (insieme a lui anche Armani White, per restare in orbita rap), suscitò diversi malumori tra i sostenitori dell’hip hop militante. Iniziative di questo tipo non sono nulla di inedito nella storia degli Stati Uniti. Rientrano nell’ambito del soft power che l’America esercita dalla Guerra fredda in poi. All’epoca serviva a promuovere un’immagine di armonia e coesione sociale, in opposizione alla retorica sovietica che puntava il dito sulle tensioni razziali per screditare i rivali (perciò vennero ingaggiati alcuni artisti jazz, su tutti Louis Armstrong: per approfondire l’argomento suggerisco un passaggio su Speakeasy di Fabio Negri); oggi è un’occasione diplomatica tra le tante possibili.
Il problema con Chuck D, secondo i fan più delusi, era proprio l’antagonismo tra ciò che lui ha sempre rappresentato e l’ipocrisia di programmi come questo. Mentre Armstrong, o Dizzy Gillespie, o Duke Ellington, erano in giro per il mondo, in “casa” prosperavano Jim Crow, il redlining e altre pratiche pervasive di razzismo sistemico. Per farla breve: uno che rappa contro il potere, ispirato da Malcolm X e dal Black Panther Party, come può adesso prestare il fianco alle istituzioni?
What is Hip-Hop
Esistono due dimensioni dell’hip hop, che non si escludono. Anzi, si nutrono a vicenda. La prima è quella erratica, caratteristica dell’arte del qui e ora, che contribuisce a plasmare coscienza e identità in un preciso istante. La seconda si insidia in uno spazio dove le ideologie più radicali e le logiche di mercato imparano a coesistere.
Hip-hop is the Black aesthetic byproduct of the American dream machine,
our culture of consumption, commodification, and subliminal seduction
Quelle appena sopra sono parole di Greg Tate, scrittore e pioniere del giornalismo hip hop, contenute in una poesia dal titolo What Is Hip-Hop, pubblicata in principio su Vibe, nel 1993. Il reading è in seguito circolato su mixtape.
Sintetizzando al massimo, Tate proponeva una visuale meno romantica della cultura, ma non per questo meno impegnata: l’hip hop nasce come forma di autodifesa estetica e politica di determinati gruppi sociali, ma si diffonde e progredisce perché suscettibile di mercificazione (spunto che ritroveremo in numerosi libri e articoli accademici). È un esercizio ampio che include, oltre alla musica, alla danza e alle arti visive, anche la performance quotidiana, lo stile, lo slang e la postura, elementi, cioè, che messi in relazione tra loro spiegano le ragioni dell’ambivalenza, militante e capitalistica, dell’intero calderone. In questo senso l’impegno politico non va ricercato solo nei testi e nelle parole, ma può essere incorporato nelle scelte artistiche, nei campionamenti, addirittura nelle collaborazioni (pensiamo ai collettivi o alle crew e al significato simbolico che potevano assumere di volta in volta).
Ma soprattutto, Tate rifiutava le etichette. Siccome per lui non esiste un hip hop positivo e uno spregiudicato, un hip hop progressista e uno reazionario, la sua conclusione era che una cosa o è hip hop, o non lo è.
Hip-Hop is inverse capitalism
Hip-Hop is reverse colonialism
Hip-Hop is the world the slaveholders made, sent into n****-fide future shock
Questa riflessione sulle definizioni imposte – tipo, questo è gangsta, questo è conscious, così da identificare chi i cattivi ragazzi e chi «i fratelli neri della porta accanto»1 – coinvolge pure altri autori (Tricia Rose, Jeff Chang, Mark Anthony Neal, Imani Perry) nei riguardi di quanti nei piani alti intendono mantenere una sorta di controllo sulla risposta nichilista allo schifo nel quartiere, autentico o verosimile, che raccontano i rapper. Più di recente il giornalista Andre Gee ne ha scritto in termini dicotomici, osservando la portata politica di tutto il rap. Gee ha tuttavia scritto anche di come il silenzio dell’hip hop su determinati argomenti – per esempio sulla guerra in Palestina – sia dettato in qualche misura dall’urgenza, per alcuni, di preservare la rendita di posizione acquisita. Al solito, le due facce della stessa medaglia.
Ancora Tate:
What’s Hip-Hop today could easily become passé
Arguing with Hip-Hop about the nature of Hip-Hop is like arguing with water about the nature of wetness
Homeland & Hip Hop
Gli ascolti di quando ero più giovane (sigh) variavano abbastanza, ma spesso capitava di imbattermi in roba impegnata, parecchio underground: gruppi come Dead Prez, Jedi Mind Tricks e Visionaries, o gente come Immortal Technique. In Revolutionary Vol. 2, album di quest’ultimo del 2003, è presente un monologo di Mumia Abu-Jamal, Homeland & Hip Hop, in cui le origini del movimento sono collegate all’assenza di tutele per le comunità povere e razzializzate. Nel 2023, per i 50 anni della cultura, il giornalista e critico Wesley Morris osservò sul New York Times che l’hip hop «è esploso» dalla promessa infranta degli Stati Uniti ai suoi cittadini neri. Prospettive in linea con il testo di Tate: un sintomo del sogno americano ai margini della società; radicalismo ed economia di mercato che convivono senza dover per forza risolvere le loro controversie.
I got to have that seat next to Oprah, Bentley with the chaffeur
Rum and cola spilling on a million dollar sofa
This is just a few of them things that I (Got to have)– Method Man, Got To Have It, 2006
Per quanto negli Stati Uniti ci siano situazioni divenute ormai insostenibili, non troppo a torto qualcuno sosterrebbe al limite della guerra civile, l’hip hop non deve affermare “la cosa giusta”, ma scorrere e ricordare alle persone che sono vive e che staranno bene, nonostante tutto2. Gli artisti oggi si esprimono su diverse piattaforme, podcast, social media, o durante interventi pubblici che saranno virali in un secondo momento. Su Instagram, Vic Mensa ha creato un vero e proprio format in cui commenta i fatti di attualità. Tyler, The Creator, Doechii e altri non si sono risparmiati sull’ICE. Ma serve anche maturità di giudizio, perché l’ultimo step del legame tra cultura e capitalismo risiede nel consumo, specie quando la protesta si trasforma in intrattenimento.
A dicembre Vince Staples è stato ospite di Ziwe Fumudoh. In uno scambio di battute a tratti surreale su stereotipi, relazioni razziali e comportamenti degli artisti neri, il rapper di Long Beach si è mostrato a suo agio nel meccanismo tortuoso che avvolge tutto questo.
Per poi aggiungere serafico: «Sono qui per il capitalismo, ma non lo sposerò».
🔎 Altre cose interessanti
È morta Claudette Colvin, che fece come Rosa Parks prima di Rosa Parks.
È morto anche John Forté, rapper, produttore e storico collaboratore dei Fugees. Il ricordo di Lauryn Hill.
Sembra che Trump non sia disposto ad accogliere la richiesta di grazia avanzata da Diddy.
Sono aperte le candidature per la Nasir Jones Hip-Hop Fellowship 2026-2027, il programma ospitato dall’Hip-Hop Archive & Research Institute di Harvard.
Negli ultimi tempi Substack si è riempito di personaggi più o meno noti. Nel 2020, complice la pandemia, il primo “boom” si verificò dal basso, ora comincia a essere di tutt’altro tenore. Staremo a vedere che piega prenderà. Tra i personaggi più o meno noti approdati da queste parti, c’è anche Jermaine Dupri. Qui è dove racconta di quella volta che Prince quasi lo cacciò di casa.
Grazie di aver letto fino in fondo, argomento spinoso e per nulla esaustivo (i tanti link non sono casuali). La playlist della newsletter è pronta, non resta che premere il tasto play. Domande? Suggerimenti? Potete rispondere alla mail, scrivermi su Instagram, su Threads o su Notes. Se Mookie vi piace, mandate il link ad amici e parenti! La foto di copertina nella versione web della newsletter è di Priscilla Gyamfi su Unsplash.
Ci leggiamo tra tre venerdì, a presto!
Wallace e Costello, Il rap spiegato ai bianchi.
Qui ho fatto la mia cosa hip hop, campionando una doppia citazione, liberamente reinterpretata da Hanif Abdurraqib e Kendrick Lamar.



